Una ricercatrice italiana ha presentato alla Sorbonne uno studio scientifico che dimostra perché la Fotobiomodulazione può aiutare i pazienti con Parkinson

Meno tremori, postura più eretta, camminata più sicura, un migliore orientamento e minore sensazione di affaticamento. Uno studio appena presentato alla Sorbonne dimostra che il trattamento di Fotobiomodulazione, unito alla riabilitazione fisioterapica, permette un miglioramento di tutti i sintomi, maggiore rispetto a quello ottenuto con la sola fisioterapia.  
La Fotobimodulazione è una tecnica di modulazione cerebrale, non invasiva e indolore già ampiamente usata. «Si basa sull’esposizione dei tessuti cerebrali a una luce rossa o nel vicino infrarosso» ha spiegato la dottoressa Federica Peci, psicologa ad indirizzo Neuroscienze e CEO di una Startup di biotecnologie per la riabilitazione cerebrale. «Questa attraversa una serie di strati fino a raggiungere la superficie corticale cerebrale, in questo modo, a determinati parametri, allevia l’infiammazione e migliora le funzioni cerebrali». Attraverso vari processi biochimici il trattamento di Fotobiomodulazione quindi agisce sui processi neuroinfiammatori, diminuendo la sintomatologia che causano. 

 
Lo studio presentato all’Università di Parigi è stato condotto in collaborazione con l’Istituto San Celestino: «Per un periodo di 4 settimane abbiamo sottoposto un gruppo sperimentale di pazienti con malattia di Parkinson a terapia fisioterapica, unita a un trattamento di fotobiomodulazione» ha commentato da Parigi la dottoressa Peci, tra gli autori della ricerca. «Il passaggio di luce sull’intera area cerebrale-corticale ha confermato l’importante apporto in termini terapeutici: dai risultati è emerso un miglioramento dell’equilibrio e dell’andatura dei pazienti, una riduzione del tremore, che è stata oltretutto parzialmente mantenuta fino a dopo un mese, minor sonnolenza, minor affaticamento e una ridotta sensazione del mancamento tipico dei pazienti nell’assumere la posizione eretta». 

La malattia di Parkinson oggi colpisce circa il 2% di chi ha più di 65 anni, il 5% tra gli over 80 e secondo le stime, i numeri sono destinati a crescere negli anni, per questo la ricerca deve affinare le sue armi. La terapia farmacologica aiuta a riavere un controllo motorio stabile, ma spesso via via i pazienti iniziano ad avvertire la fine dell’effetto della singola somministrazione per un fenomeno chiamato “deterioramento da fine dose o wearing off”.  
«Questo studio conferma il prezioso ruolo dei dispositivi biotecnologici sul trattamento terapeutico di tante patologie tra cui soprattutto il Parkinson e Parkinsonismi» ha concluso Federica Peci. «I centri di riabilitazione cerebrale che si dotano di dispositivi neuroscientifici sono sempre più numerosi in Italia, per offrire ai propri pazienti una riabilitazione più efficace ma c’è ancora molta strada da fare per far conoscere ai pazienti che un aiuto concreto esiste ed è accessibile».   

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